“Amleto+Die Fortinbrasmaschine”, Roberto Latini è l’erede di Carmelo Bene

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Un acrobata poliedrico, assurdo, degno erede di Carmelo Bene. Roberto Latini è un artista che cammina in bilico fra il significante ed il significato, fra la morphé ed il contenuto.

Un acrobata di generi; Una voce cavernosa ma talvolta sottile, movimenti che rimandano allo stile giapponese degli attori del Kabuki accompagnati da una gestualità anaforica, da virtuosismi fisici, e da una forte presenza scenica.

Roberto Latini ha incantato letteralmente il pubblico, con uno spettacolo metateatrale, dai tratti antropologici, sociali e politici.

 “Amleto+Die Fortinbrasmaschine” è l’emblema della sua poetica; Uno spettacolo che riprende il famoso Hamlet Shakesperiano ma che attinge a “Die Hamletmaschine”, del drammaturgo tedesco Heiner Müller. “Die Hamletmaschine”, letteralmente traducibile come “La macchina di Amleto”, viene tramutato, nello spettacolo di Latini in “Die Fortinbrasmaschine” ovvero “La macchina di Fortebraccio”. La denominazione del titolo rimanda al nome della Compagnia di Latini che si ispira al Fortebraccio Shakesperiano, un personaggio assente come un fantasma durante tutta l’opera, pur restando presente nei dialoghi tra i protagonisti ma che in un finale sanguinoso e nefasto, ne esce vincitore, vivendo. 

Una riscrittura nella riscrittura quella di Latini, insieme a Barbara Weigel. Una riscrittura che attinge alle tematiche ed ai capitoli di Muller. Un Amleto che si interroga sul mondo e sul futuro. Amleto come una “macchina” ovvero medium, per poter comprendere a livello politico, culturale, sociale l’avvenire della società. Una macchina dall’immenso valore storico e con una valenza considerevole nel presente e nel futuro.

Ergo, Amleto viene considerato quanto “antenato” dal quale poter trarre delle risposte per l’umanità. Un antenato “letterario” che ci guida, come Caronte, nel fiume torbido dell’essere e dell’apparire, del connubio fra forma e contenuto. Amleto non è più figlio. E’ divenuto padre.

Il teatro ha il compito di dover attuare anche il più arcaico dei drammi, in un contesto contemporaneo, per poter adempiere al suo vero obiettivo e alla sua vera vocazione; educare il pubblico.

Latini ci è riuscito. Ha contaminato uno spettacolo cosiddetto “classico” con vari riferimenti “umani”, “terreni” che riportano lo spettatore in una dimensione contemporanea, attuale e viva. Riferimenti espliciti a Blade Runner, al Pater Noster, alla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Amleto non è più figlio, è diventato padre. E’ un uomo maturo, che racconta il passato per poter vivere il presente, senza compier le nefandezze alle quali il mondo ha già assistito.

La luce, elemento sacro e primigenio, ha un ruolo fondamentale nella scena di Latini. Questo logos vitale, curato da Max Mugnai, ha un’importanza rilevante; La luce plasma sia il corpo del performer sia gli oggetti in scena. Una luce attiva, dinamica e protagonista.

Ma cosa direbbe Amleto del mondo contemporaneo? Cosa direbbe della situazione in medio-oriente? Di una guerra violenta e disumana, colpevole di vittime innocenti?

La spada di Amleto segna inesorabilmente il nostro destino, il nostro avvenire, in un mondo caotico e mutevole, come Latini sul palco, quest’ultimo in continua ed inesorabile trasformazione scenica.

Amleto, come Fortebraccio, due personaggi lontani cronologicamente ma divenuti padri di un’umanità colpita e strazziata, che sperano, che si pongono quesiti contemporanei ed attuali.

Allora cosa fare? Essere o non essere? Forse dormire, morire, sognare… bla, bla, bla…

« Essere, o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare.»

 

 

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