RUGBY, lo sport fascista! anzi no.

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 (foto dal web)

Rugby, lo sport fascista! Anzi no. Dalla propaganda del ventennio ad oggi. Dall’ essere uno sport secondario fino a diventare uno dei sport più seguiti in Italia. Messo da parte e definito cosi per anni in Italia, oggi  riscopre una nuova linfa diventando uno dei sport più amati.

Strano sport il rugby, quello in cui ti dai botte da orbi per 80 minuti in campo con l’ avversario ma al quale porti il più assoluto rispetto, quello sport in cui per vincere devi avanzare sul campo passando la palla indietro, quello in cui il contatto fisico è all’ ordine del momento, quello sport da bestie giocato da gentiluomini.

Spesso succede che lo sport si mescola con la politica e con la vita sociale degli individui, cosi come abbiamo già raccontato del Sudafrica, anche in casa nostra il rugby ha avuto a che fare con la politica e con i cambiamenti sociali che si sono succeduti nel tempo.

Il rugby in Italia è stato sempre messo in disparte nel mondo dello sport, fino all’ inizio del nuovo millennio con i primi importanti successi internazionali della nazionale azzurra e l’ ingresso tra le grandi del 6 nazioni.
Questo mettere da parte il rugby tiene in se un significato ben preciso, uno sport che dagli anni 50 è sempre stato ostacolato nella crescita, vedendolo nell’ immaginario collettivo uno sport brutale e catalogato come uno sport di destra, principalmente da quell’ ala antifascista nata dopo la fine del ventennio.
Inizialmente il rugby, arrivato in Italia di osteggiato dal regime fascista, sport troppo anglosassone per essere accettato, troppo difficile italianizzare il termine. Eppure anche se inizialmente fu osteggiato, conobbe proprio durante il fascismo una crescita notevole, con la nascita della federazione ed i primi esordi internazionali della nazionale.
“Il giuoco del Rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista”, cosi ne citava la sua funzione all’ interno del regime l’ allora presidente del Comitato olimpico Achille Starace. Proprio le virtù di questo sport erano precise per diffondere le ideologie del Governo Mussolini; il rispetto delle regole, improntato sul gioco di squadra favorevole al cameratismo, ottimo per la crescita fisica dei ragazzi e, per la lotta dura che avveniva sul terreno di gioco.

(propaganda del rugby durante il fascismo)

Il Rugby fece la sua comparsa in Italia nel primo decennio del ventesimo secolo portato da Stefano Bellandi, grazie alla pubblicità della stampa nel 1927 si ebbe una crescita esponenziale di questo sport e, sempre per volontà dello stesso Bellandi si costituì un Comitato Nazionale di Propaganda del Giuoco della Palla Ovale con i primi incontri
internazionali tra una selezione di giocatori italiani e francesi, fino al 1928 e la costituzione della Federazione Italiana Rugby (FIR) Cosi il rugby riuscì a trovare lo spazio durante il ventennio e, promosso proprio dal comitato nazionale olimpico sotto l’ egida di Starace, diventando uno degli sport più praticati e amati dai giovani camerati.

Finita la guerra con la caduta del regime, dagli anni ’50 in poi, il movimento subì una brusca frenata, questo perché fu additato come uno sport violento che inquadrava nei suoi valori il pensiero di Mussolini e la sua propaganda, da parte di quell’ala antifascista che si è voluta intromettere in uno sport meraviglioso e pacifico come il rugby.
Una disputa riaccesa quando, alla presentazione del 6 nazioni nel 2015, l’ Italrugby si è fatta fotografare con lo sfondo dell’ affresco di Montanarini “L’ apoteosi del fascismo” che ha risvegliato gli spiriti antifascisti, riportando le questioni politiche nello sport e, specialmente proprio in quello sport definito pericoloso perché di destra.

Ma possiamo realmente considerare il movimento rugbystico italiano ideologicamente fascista?
Dagli anni novanta, grazie alle vittorie della nazionale, il movimento ha avuto una nuova linfa, tornando in auge ed entrando di fatto tra i migliori movimenti al mondo. Questo proprio grazie ad una nazionale e, alle giocate di quei giocatori “oriundi e non italiani.”

A differenza di altri movimenti sportivi italiani, su tutti quello calcistico, la nazionale di rugby a 15 ha dimostrato di essere molto più eterogenea, dando la possibilità di indossare la maglia azzurra ad un buon numero di giovani giocatori oriundi e non italiani. A partire dall’ Italo argentino Dominguez su tutti, per proseguire con Castrogiovanni fino a Odiete, Maxime Mbandà, McKinley. Giovani ragazzi che hanno dato e stanno dando un forte sostegno alla crescita del movimento della Palla Ovale italiana. Tutto questo senza avere grossi disagi di razzismo. Segno di un movimento multietnico contrario a quelle ideologie fasciste e violente di cui per un periodo era stato additato. Soprattutto segno di un sport come il rugby, aperto e sincero, pieno di rispetto e lealtà, al di fuori di ogni contesto politico e razziale. Anche se è vero che, dopo l’ addio di Sergio Parisse la nazionale italiana si troverà in grande difficoltà, senza più una vera guida e, senza giocatori dalle buone giocate.

Possiamo anche ricordare un giovane Ernesto Rafael Guevara de la Serna, noto a tutti come “el Che” ed icona internazionale di quella rivoluzione di sinistra simbolo di libertà che, da giovane giocava a rugby, di cui ne è sempre stato appassionato e, che lo ha segnato anche nel suo pensiero.

Difficile quindi dire che lo sport e la politica non hanno alcuna interazione tra loro, trattandoli come due argomenti contrastanti, certamente a volte meglio mettere da parte la seconda e lasciare la parola al campo da gioco.

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