Alessio Bondì, live @ Lanificio 139 (Roma)

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Dopo le serate in giro per l’Europa in qualità di ‘opener’ del tour di Max Gazzè, al termine di un ulteriore mese di “rodaggio” presso teatri e locali di tutta Italia, compresa la natìa Siclia, entra nel vivo la tournée di Alessio Bondì in promozione del secondo album, “Nivuru”, uscito lo scorso novembre e già salutato dalla critica e dal pubblico come un gioiello nascosto di cantautorato in forma dialettale.

Ad attenderlo ieri sera c’era il pubblico d’adozione di Alessio, quello romano che più gli è affezionato fuori dalla sua isola: nella Città Eterna ha infatti vissuto per anni; proprio qui nacque l’idea di cantare e comporre canzoni in dialetto palermitano, impreziosendo gradualmente la ricetta con altri ingredienti sonori giunti dal Brasile, dall’Africa, dagli Stati Uniti.

Sono da poco passate le 22:30 quando Alessio e la band (a seguito dell’apertura affidata al talentuoso cantautore Danilo Ruggero) salgono sul palco. La formazione è un sestetto: oltre a Bondì – voce, chitarra classica ed elettrica – ci sono due fiati (tromba e sax baritono), un percussionista e l’usuale sezione ritmica formata da basso e batteria. Un breve intro fiatistico – somigliante a un funerale stile New Orleans – e poi subito ci ritroviamo a dimenarci al centro del groove con “Ghidara”, un pezzo funky soul profumato di California anni Settanta.

Il gruppo se la intende a meraviglia ed è un piacere ritrovare anche dal vivo quel sound unico che Bondì ha saputo immaginare/amalgamare per arricchire la sua intima dimensione di folksinger: come si accennava, le influenze armoniche/melodiche ascoltate nel nuovo album “Nivuru” sono dei messaggi in bottiglia che arrivano, colorati ed effervescenti, dai mari più lontani per essere poi ricodificati in un linguaggio che parte dal dialetto palermitano e dalle storie personali (d’amore sfiorito oppure appena sbocciato; d’amicizia, di ricordi d’infanzia, di avventure impreviste, di vita e di morte) per farsi sound tutto da ballare o sognare insieme.

E in questa Sicilia, ancor più pittoresca e immaginaria di quanto già non sia, troviamo tutta l’esuberanza degli artisti brasiliani ma anche l’Afro-Beat desertico del continente nero, così come lontani echi di blues del Mississippi e le ballate languide dei maestri del soul statunitense. Era dai tempi del miglior Pino Daniele – 40 anni fa – che un musicista non si ritrovava a ibridare con successo influenze disparate, sigillando col dialetto un’idea di musica che dalla propria città natale si fa internazionale, collettiva, un caldo abbraccio di origini reali e adottive, un passaporto per navigare ben oltre le mode del momento e le hit pop preconfezionate.

Il pubblico (circa duecento persone, tra cui inevitabilmente molti siciliani) pian piano si lascia andare, abbandonandosi al suono e incoraggiando il proprio beniamino. Sedici i brani in scaletta: quasi tutto il nuovo disco e una metà abbondante di riprese dall’album d’esordio, “Sfardo”, che ormai i fans conoscono a memoria. Considerato il perfetto amalgama e la sintonia interna alla band, forse qualche spazio strumentale/solista in più (andando quindi a dilatare alcuni brani che naturalmente si prestano ad un trattamento live stile ‘jam band’) sarebbe stata la ciliegina su una torta comunque deliziosa.

Alessio, dal canto suo, pur visibilmente emozionato non è affatto timido e anzi, sorridente non fa che raccontare aneddotti della sua isola e necessarie introduzioni per tutti coloro che non masticano il dialetto palermitano.
In alcuni momenti coinvolge apertamente il pubblico: è il caso di “Puddicino a Luna” che divide ragazzi e ragazze in due distinte colonne corali. E quando si ritrova solo sul palco, chitarra e armonica per intonare la ballata folk intimista “Rimillu ru Voti” riesce a riempire il loft del Lanficio di assoluto silenzio, atmosfera ideale per uno dei suoi pezzi più emozionanti.

In’ultima analisi è proprio la compresenza di colori e tonalità diverse, alternate lungo la scaletta, a fare la buona riuscita del concerto. Un’ora e mezza nella quale si è ballato (“Vucciria“; “Dammi una Vasata”; “Savutu“) ci si è lasciati incantare (“Cafè” e “Si Fussi Fimmina“, un’altra di quelle ballate che riverberano a lungo nella memoria) e si è cantato insieme ad Alessio Bondì (“Es Mi Mai“; “L’amuri miu pi Tia“, soprattutto la filastrocca “Di Cu Si” che ha concluso la serata) in una comunione gioiosa di energie.

di Ariel Bertoldo


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Milanese di nascita, romano d'adozione. Nato all'inizio degli anni Ottanta e innamorato di parole e musica fin da adolescente. Giornalista freelance dal 2003, collaboratore nel settore Spettacoli di quotidiani ("Il Riformista"; "L'Unità"), magazine cartacei ("Rockerilla") e webzine online ("Ondarock"), ma anche radio e case editrici. Il suo motto? "Tutto scorre e quasi niente è per sempre". Tranne forse la buona musica.

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