Cigarettes After Sex @ Teatro Romano di Ostia Antica Il Live Report del concerto (10 luglio)

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Ultima tappa del mini tour nel Bel Paese dei Cigarettes After Sex, band texana (di stanza a Brooklyn, New York), applaudita già diverse volte dal nostro pubblico nel recente passato. Giro inter-continentale di concerti che terminerà solo alla fine di ottobre e che ha saputo sedurre fans da luoghi inconsueti o comunque mai troppo frequentati dall’indie rock americano – Georgia, Sud Corea, Macedonia – a dimostrazione di quanto ad oggi sia ampio e affettuoso il consenso tributato al gruppo.

E questo, crediamo, in virtù di un mélange sonoro nel quale è molto facile rimanere invischiati: ascoltare un loro album è infatti come rivivere certi momenti di privata, notturna intimità, titoli di coda di un film di Sofia Coppola ancora da girare. I due giovani protagonisti distesi sul letto, perfetti ed esausti, intenti a fumare l’ultima sigaretta dopo essere stati uniti. Come il nome del quartetto suggerisce.

Alle location di eccezionale bellezza visitate finora – il Vittoriale a Gardone Riviera e Piazza Castello a Ferrara – si è aggiunta, in una sorta di catarsi storica/architettonica/paesaggistica, quella di ieri sera, ovvero
lo splendido Teatro Romano di Ostia Antica nella cornice degli eventi targati “Rock In Roma”.

Nel cuore di una lussureggiante zona archeologica a 40 km dalla Capitale, al termine di un sentiero costeggiato di pini marittimi e rovine imperiali millenarie, il Teatro al tramonto è uno spettacolo a sé, esperienza visiva ed emotiva che ci trasporta in un altrove fuori dal tempo.
Il pubblico presente in cavea (siamo intorno alle 800 persone), di età media variabile tra i 21 e i 40 anni, non si scompone affatto nell’attesa, anzi gode più che può dell’atmosfera incantata, di questo sogno di una notte di mezza estate.

Alle 21:30 arriva il momento dei Cigarettes After Sex, di nero vestiti: al centro c’è il leader indiscusso, Greg Gonzalez. Ispiratore, autore dei testi, cantante e chitarrista. L’aspetto da americano medio, non così la sua voce. Vellutata, suadente, immediatamente riconoscibile: lei è l’asso nella manica, il segno distintivo, alla pari degli intarsi onirici che la loro musica riesce a tessere nell’aria. Al suo fianco, Philip Tubbs (tastiere), Randy Miller (basso), Jake Tomsky (batteria). Sintonia perfetta: non c’è spazio per assoli o inutili orpelli virtuosistici. Solo per tante (tutte?) ballate intime dall’andatura lenta e ipnotica, sensuali, dolci/amare.

E testi fitti di un romanticismo disperato, permeati della presenza/assenza di una donna ora angelicata, ora diabolica.

Intorno a Gonzalez è sempre ruotato il progetto, una rosa dalla fioritura assai lenta se consideriamo che il gruppo si è formato nel 2008 e il successo vero – così come l’album d’esordio – non sono arrivati che negli ultimi due anni. Dilatazione temporale cui fa eco un’ulteriore dilatazione, stavolta melodica e armonica.

Per tutta la durata del concerto, 1 ora e 12 minuti per 13 brani offerti, chi scrive ha avuto infatti l’impressione di ascoltare un unico, avvolgente flusso di coscienza sonoro privo di variazioni sul tema.

E questa osservazione, sia chiaro, non vuole essere giudizio di valore, piuttosto una constatazione amichevole/neutrale della realtà ammirata e udita. Già, perché nel bene e nel male i Cigarettes After Sex sono questo: un viaggio pubblico nel luogo più privato, espressione sonora dell’inesprimibile.

E’ un dipinto di pochissimi colori, per lo più scuri, un ritratto sempre della medesima stanzetta, dalla stessa angolazione e con gli stessi protagonisti in un intercambiabile sera stellata.
Alla fine di notti del genere, in cui si è stati così attratti, fatalmente ci si distrae in altri pensieri molto personali: ebbene, la stessa cosa avviene dopo una buona metà del concerto. Questo il punto di forza, ma allo stesso tempo il limite, il tallone d’Achille.

Pochissime parole di presentazione e commiato, presenza scenica ridotta al minimo: quattro ragazzi dissolti nella nebbiolina sensuale della loro stessa musica, evaporati tra le colonne romane del Teatro Romano.

I brani più applauditi? Senz’altro “Affection”, il primo ad essere eseguito. E poi “Crush”, “K.”, “Sunsetz”. Una “Opera House” che ammalia grazie quasi alla sola voce, a metà scaletta. E poi, in chiusura, “Nothing’s Gonna Hurt You Baby”, la più conosciuta, e nel bis “Apocalypse”, “Dreaming of You” e “Please Don’t Cry”. La chicca? “Sesame Syrup“, suonata per la prima volta dal vivo.

Ariel Bertoldo

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About Author

Milanese di nascita, romano d'adozione. Nato all'inizio degli anni Ottanta e innamorato di parole e musica fin da adolescente. Giornalista freelance dal 2003, collaboratore nel settore Spettacoli di quotidiani ("Il Riformista"; "L'Unità"), magazine cartacei ("Rockerilla") e webzine online ("Ondarock"), ma anche radio e case editrici. Il suo motto? "Tutto scorre e quasi niente è per sempre". Tranne forse la buona musica.

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