David Crosby, Live @ Auditorium/Parco della Musica (13 settembre) La recensione del concerto

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David Crosby. Ex-membro fondatore dei Byrds e del leggendario quartetto che portava il suo nome insieme a quello di Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young. Una musica che profuma di Folk, California e Marijuana. Il verde dei canyon di fianco alle colline di Hollywood, ma anche l’azzurro del mare aperto della Baia di San Francisco, barche a vela per navigare lontano. Attraverso i decenni, fino all’Auditorium/Parco della Musica di Roma, ieri sera. Sbarco e porto sicuro per una vita ancora tutta da raccontare di fronte a un pubblico che non l’ha mai dimenticato.

Settantasette estati trascorse dal ‘suo’ 14 agosto. Età lusinghiera per un qualsiasi artista ancora in attività; per un ex-ragazzaccio degli anni Sessanta, un rocker della stessa generazione dei vari Bob Dylan, Paul Simon, Brian Wilson, Paul Mc Cartney o Jagger/Richards, la vita ‘On The Road’ continua a essere una consuetudine, un momento sacro e inevitabile, insomma nulla di cui stupirsi.

Eppure, a vederlo 50 anni dopo, cantare ancora in ottima forma, la sensazione prevalente è stata di meraviglia più che di fatto ordinario. Perché David Crosby,
in barba a tutte le vite che ha vissuto e bruciato, è una Fenice americana e dalla cenere è tornato ancora una volta. Incanta, ammalia con le sue ballate folk in punta di chitarra acustica, e poco importa se somiglia più a un tricheco che a una languida sirena.
L’attimo dopo, con le sue cavalcate rock che zampillano furia elettrica, ti spinge ad alzarti e tirare fuori tutta la tua energia  per trasformarla in un’onda che rimbalza tra la platea e il palcoscenico.

Un animo irrequieto dallo sguardo penetrante e i capelli ancora lunghi. Morto e risorto infinite volte, si diceva: i guai con la giustizia per il possesso illecito di armi e droghe; la galera in Texas nei primi anni Ottanta; l’epatite e il trapianto di fegato; i due tipi diversi di diabete e un cuore ammaccato. Mille donne e un figlio ritrovato dopo tanti anni.

David Crosby è un reduce, un veterano di un’epoca irripetibile: l’Amerika del Vietnam, di Martin Luther King, dei Kennedy e di Nixon, dei Festival di Monterey e di Woodstock (lui c’era in entrambi i palchi), del film “Easy Rider”, della sfida alla Luna, dell’era hippie-psichedelica, della controcultura e delle occupazioni universitarie. Dei sogni e delle utopie andate in frantumi.
In un gioco di specchi, ciascun frammento di tutte queste Americhe possibili echeggia nell’aura d’artista dalla voce fatata, dal carattere ostico e ribelle, ma dall’ispirazione e intensità straordinarie, pur non essendo un “Hit Maker”, come lui stesso tiene a precisare.

Sono passati pochi minuti dopo le nove quando appare sul palco: camicia celestina, pantaloni scuri e bretelle per contenere la pancia volitiva da Satiro dionisiaco. Sulla testa, il medesimo cappello di lana rossa già visto in mille altre foto. Sorta di ‘coperta di Linus’, di simbolo di appartenenza al pari dei baffoni e dei capelli argentati lunghi dietro la nuca.
Lo seguono in scena: James Raymond (piano elettrico), figlio dato in adozione nel 1962 e ritrovato a metà anni Novanta; Jeff Pevar (chitarra elettrica/armonie vocali) dal gusto eclettico e dal sound poliedrico; Steve DiStanislao (batteria), una sicurezza dietro ai tamburi; infine le due ragazze trentenni della band, Mai Leisz, bassista-prodigio, e Michelle Willis (tastiere/armonie vocali), che duetterà con David. Un gruppo che gioca sempre ‘a memoria’ e si ritrova alla perfezione.

Fin da subito, ‘Croz’ appare felice e soddisfatto di essere a Roma: ottima l’acustica, composto e misurato (fin troppo) il pubblico. Lui parla poco, ma quando lo fa, non lesina frecciatine al vetriolo riguardo l’amministrazione Trump e i politici statunitensi, corrotti dalle multinazionali. Oppure, come nel caso di “Delta”, racconta la genesi assai tribolata di un brano figlio di un momento buio della sua esistenza.

18 i brani eseguiti, due ore effettive di concerto, divise a metà da una pausa di circa venti minuti, necessaria a rifiatare (o a fumare uno spinello, come Crosby stesso precisa).
Le canzoni pescano dall’intera carriera del cantautore californiano, dai tempi dei Byrds (omaggiati con la riproposizione di “Eight Miles High” del 1966) fino al brano “Janet“, che farà parte del nuovo album in uscita a fine ottobre, testimonianza della ‘seconda giovinezza creativa’ che il Nostro sta attraversando, se è vero che è stato capace di incidere ben quattro album dal 2014,
là dove ne aveva registrati solo tre da solista dal 1971 al 2013!

In mezzo, c’è tutta la sua storia, un cammino artistico che non può prescindere dalla riproposizione di classici ormai immortali targati “CSN&Y” (“Long Time Gone“; “Guinnevère“; “Almost Cut My Hair“; “Wooden Ships“; “Déjà Vu“; “Ohio” di youngiana memoria, cantata in chiusura con il pubblico in piedi di fronte al palco, migrato entusiasta dalla platea seduta), inframezzati da canzoni meno note relative agli album incisi con Pevar e Raymond, dagli episodi solisti con il vecchio amico Graham Nash o gli ultimi lavori in studio. Unico dispiacere, non aver ascoltato quasi nulla (ad eccezione di uno stralcio della vibrante “What Are Their Names” eseguita a cappella) dal suo primo, indimenticabile album solista, il capolavoro assoluto “If I Could Only Remember My Name”.

Ariel Bertoldo

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About Author

Milanese di nascita, romano d'adozione. Nato all'inizio degli anni Ottanta e innamorato di parole e musica fin da adolescente. Giornalista freelance dal 2003, collaboratore nel settore Spettacoli di quotidiani ("Il Riformista"; "L'Unità"), magazine cartacei ("Rockerilla") e webzine online ("Ondarock"), ma anche radio e case editrici. Il suo motto? "Tutto scorre e quasi niente è per sempre". Tranne forse la buona musica.

1 commento

  1. Bell’articolo! Io faccio parte della generazione del grande David ed è stato bello rivederlo ma soprattutto riascoltare la sua voce praticamente uguale a quella di cinquant’anni fa! Anche a me sarebbe piaciuto risentire qualche pezzo di “if I could only remember my name” ma “Almost cut mi hair” e “Ohio” nel finale mi hanno veramente fatto sognare!

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