Daniele De Rossi: lo sceriffo di Ostia, ultimo gladiatore

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L’ottavo re di Roma disse di lui: “Quando la fascia è finita sul suo braccio, io sentivo che si trovava in un posto sicuro. Le spalle di Daniele sono un posto sicuro”. Per molti Capitan Futuro, per altri lo Sceriffo di Ostia, per tutti un esempio di amore da seguire. L’ultimo, prezioso esempio: Daniele De Rossi.

Quella di Daniele De Rossi non è una storia strappalacrime, non è una trama intricata, non è un film in bianco e nero. È una favola lunga diciotto anni con un insegnamento ben preciso: onora il tuo popolo in tutti i modi possibili. Il gladiatore protagonista non ha vinto tutte le 615 battaglie, ma ad ogni caduta ha saputo risollevare da terra sé e i suoi fratelli con la stessa grinta di quando era ancora un piccolo sceriffo. Quella grinta che sin da ragazzino aveva mostrato al re di Roma con il numero 10 sulle spalle, e che l’ha reso, ben presto, Imperatore. Questa è la favola di Daniele De Rossi: da sceriffo di Ostia a Imperatore di Roma.

Il piccolo sceriffo di Ostia innamorato della Roma

Daniele De Rossi muove i suoi primi passi all’Ostiamare, la squadra della sua città, dove da attaccante gracilino, tifoso della Roma, impressiona già a nove anni gli osservatori giallorossi, che lo chiamano nella Capitale. Il ragazzino, sin dalla nascita sceriffo, non abbandona i suoi compagni e decide di rifiutare. Svariate volte ha precisato di non voler rendere questo come un gesto altruista e di rinuncia: è nel DNA di un gladiatore saper fare le scelte giuste, al momento giusto. Daniele attenderà qualche anno per coronare il suo sogno: quello di seguire il papà Alberto e indossare la maglia della “Magica“.

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(Credits: Rivista Contrasti)

Lo sceriffo si rivela un gladiatore che non si tira indietro facilmente e in poco tempo diventa protagonista di una metamorfosi grazie ad uno dei suoi maestri: Mauro Bencivenga. L’attaccante gracilino viene trasformato dal suo allenatore in un grintoso centrocampista, promesso sposo di un matrimonio eterno con il popolo romano e romanista. La vera storia d’amore comincia il 30 ottobre 2001, quando esordisce con il numero 26 sulle spalle in una sfida di Champions League. Non è però da quel momento che il giallorosso diventa la sua seconda pelle: Daniele è nato con quei colori cuciti addosso.

Questo il popolo romano lo sa. E ben presto incorona il ragazzino di Ostia come bandiera indiscussa del club capitolino. A soli 22 anni indossa per la prima volta la fascia di capitano, diventando negli anni il vice di un monumento come Francesco Totti. In molti hanno rivelato la forza di Daniele nello spogliatoio, con l’ex portiere giallorosso Szczesny che ha dichiarato addirittura che il numero 16 fosse il vero capitano. Anche più di Totti.

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(Credits: Dino Panato/Getty Images)

In questa storia nulla è banale, nemmeno i numeri. Il nostro gladiatore insegue un eroe che da sempre lo ha impressionato nelle sue battaglie: il mitico Roy Keane. L’esempio da seguire è questo, e Daniele vuole provare a diventare come il suo idolo: numero 16 sulle spalle, grinta, aggressività e anche un pizzico di sana follia. De Rossi diventa gradualmente qualcosa di immenso per il calcio, romano e non, facendo sognare un intero popolo, anche con qualche errore. Come quello che lo rende protagonista nella sfida contro gli Stati Uniti nel mondiale 2006, quando una gomitata sconsiderata lo tenne fuori tutto il mondiale. O quasi. Perché un grande maestro di calcio come Marcello Lippi gli concede la finale, dove Daniele, però, non delude nessuno: segna uno dei cinque rigori alla fine e alza la Coppa del Mondo.

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(Credits: Il Romanista)

La notte di Berlino lo incorona come gladiatore di un intero paese, ma De Rossi vuole vincere con la sua Roma. E bastano pochi anni perchè ci riesca, da protagonista, a San Siro contro l’Inter, quando nel 2007 segna il goal decisivo per la vittoria giallorossa della Supercoppa Italiana. Daniele è sempre più simbolo, e dimostra sempre negli anni di vivere un’empatia senza precedenti con il suo popolo e con la sua Roma. Le voci di offerte allettanti (Manchester United, Real Madrid tra le altre) non lo distolgono nemmeno per un attimo dal suo amore per i colori giallorossi. Il suo unico rammarico è quello di poter donare solo una carriera alla Roma. E decide di non abbandonare quella maglia.

Non vuole farlo nemmeno nel 2019, quando però beffardo sarà il destino. Non è solo il popolo romano ad esser stato ferito dall’addio (forzato) di Daniele De Rossi dalla Magica. È il mondo del calcio, quello delle tifoserie, quello dei bar ad essere deluso. Deluso da uno sport che non è più delle bandiere e della passione, ma di stupido giochi economici. Oggi però non c’è il tempo di riflettere, di pensare o di giudicare. Oggi c’è da carpire la morale di una favola senza precedenti: anche un piccolo Sceriffo può diventare un eterno Imperatore.

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(Credits: Journalism Zoom)
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