FaceApp: il segreto dietro la voglia di invecchiare

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Come la fenice che risorge dalle proprie ceneri, anche FaceApp sta vivendo una seconda giovinezza in questi giorni.

Non solo sui social i nostri amici e conoscenti sfoggiano i loro “prima e dopo” virtuali: non c’e’ giorno in cui su un giornale non esca un articolo sul Vip di turno e dei suoi selfie attempati. I download sono tornati a salire, l’utilizzo di faceapp ha raggiunto il massimo dal suo primo lancio e la popolarita’, almeno per il momento, sembra destinata a crescere.
Ma cosa si nasconde dietro all’apparentemente innocua faceapp?

In primis sfatiamo qualche mito

Parafrasando spiderman, da una grande fama derivano grandi idiozie: anche Faceapp, come ogni altro “mito tecnologico” che si rispetti ha maturato un discreto numero di detrattori. Purtroppo nell’era dell’informatica da asporto argomentare le proprie affermazioni e’ decisamente secondario. Trovano quindi facile terreno bufale quali “Faceapp ti fa perdere la proprieta’ dell’intera tua galleria, caricando tutte le immagini su un server remoto”.

Basta davvero poco per smentire questa panzana (e come questa tante altre) : monitorando per qualche tempo il traffico della app si nota facilmente come questo sia limitato alle fasi di utilizzo della app stessa, e che comunque la mole di dati trasferiti sia estremamente ridotta.
Le vostre foto di galleria, per dirlo in parole poverissime, restano vostre e solo sul vostro telefono.

E’ inoltre almeno parzialmente falsa la diceria secondo cui giocare con faceapp costi moltissima batteria a causa della potenza di calcolo necessaria: i vari algoritmi di invecchiamento e ringiovanimento non sono applicati “in locale”. Faceapp, infatti, funge esclusivamente da tramite tra il nostro telefono e il server su cui avviene la magia. Il consumo della batteria, dunque, e’ principalmente dovuto al traffico dati in upload (della foto di partenza) ed in download (del risultato).

Logo FaceApp
Il logo di FaceApp (Photo Credits: Wikimedia)

Cosa invece non quadra con Faceapp

Riprendendo dalla modalita’ di funzionamento di Faceapp: la foto “da modificare” viene caricata su un server, che applica il filtro in questione e la invia modificata nuovamente al nostro telefono. Cosa succede a questa foto, una volta caricata sul server remoto?

In primis la foto non e’ piu’ sotto il nostro controllo. Non ne siamo piu’ proprietari e l’eventuale utilizzo che verra’ successivamente fatto di quella foto non sara’ perseguibile. E di possibili usi una qualsivoglia immagine ne ha veramente moltissimi. Viviamo infatti nel mondo in cui il calcolo distribuito, il data mining e piu’ in generale le analisi di mercato basate su Big Data sono alla base dei piu’ grandi imperi informatici. Facebook, Twitter, Instagram, per non parlare di colossi della vendita online come Amazon o AliExpress fondano la quasi totalita’ della loro egemonia sulla quantita’ di dati che sono in grado di ottenere, e successivamente condividere, dai propri utenti.

Le immagini possono essere usate, ad esempio, per “sfamare” una intelligenza artificiale indirizzata verso il riconoscimento facciale. Puo’ sembrare un’inezia: non lo e’!

Se un prodotto e’ gratis, esiste una seria possibilita’ che la merce sia tu

Mai questo adagio e’ stato piu’ adatto: proprio come nei casi sopra elencati, anche con Faceapp la merce sono gli stessi utilizzatori finali.

Una fotografia, qualsiasi fotografia, non e’ solo un insieme di pixel che racchiude un istante della nostra vita. Una foto racchiude in se’ anche un insieme di metadati che, opportunamente analizzati, possono fornire moltissime informazioni ad ignote terze parti.

Complotto? Potrebbe sembrare, ma non e’ cosi’! Le grandi software house mondiali, infatti, commerciano in dati “gentilmente offerti” dai loro utenti, e cercano sempre nuovi modi di procurarsi suddetti dati.

Smartphone
Gli Smartphone: dove la privacy diventa vaga, quasi inesistente (photo Credits: Pixabay)

La vita oltre lo schermo

La domanda corretta che dovremmo porci, quindi, e’ la seguente: dove finisce la nostra privacy e dove, invece, inizia il diritto altrui allo sfruttamento dei nostri dati?
A quanto pare la risposta e’ “dallo schermo del nostro cellulare”.

Se qualcuno si affacciasse alla nostra finestra mentre stiamo cenando, chiamare la polizia sarebbe un riflesso incondizionato comprensibile.Ma non ci turba assolutamente postare su Reddit o su Facebok una foto della nostra famiglia attorno ad una tavola imbandita. Poco importa se quell’album pubblico potrebbe essere tranquillamente visionato dalla persona precedentemente appollaiata sul nostro davanzale.

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About Author

Classe 1987, laureato in fisica. Collaboro con MMI dal 2018, scrivendo di Spazio, Informatica ed Attualita' per la Redazione Scienza. Collaboro come debunker per il collettivo "La Scienza risponde".

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