Huawei e l’arresto della figlia del fondatore: la bomba atomica digitale degli U.S.A. contro le telecomunicazioni La condanna al carcere della manager Mang Wanzhou ha procurato un calo della borsa asiatica e presagisce un'era di tensione tra America e Cina

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E’ arrivata oggi la notizia ufficiale dell’arresto della manager di 46 anni Meng Wanzhou,  figlia di Ren Zhengfei, fondatore dell’azienda Huawei,  avvenuto l’1 dicembre per ordine degli Stati Uniti, durante uno scalo aeroportuale, in Canada.

La Huawei, accusata da diverso tempo di spionaggio ai danni degli Stati Uniti, si difende da diverso tempo rispetto alle accuse mosse dal Presidente Donald Trump a proposito di un forte collaborazionismo dell’azienda con Pechino ed il Partito Comunista, che avrebbero insospettito i servizi segreti americani. Cia. Nasa ed Fbi avevano addirittura stabilito di bandire la vendita di ogni dispositivo Huawei, procurando, in questo modo, il crollo in borsa di Sunny Optical Technology, Largan Precision e MediaTek Inc.  In prima fila a difendere la Huawei, proprio la Vodafone Group, profondamente indignata rispetto alle violazioni delle sanzioni da parte di Trump nel prendere questi provvedimenti, culminati poi nell’arresto della Zhengfei.

In queste ore, la borsa asiatica sta subendo profondi cali, mentre le aziende cinesi si riservano di fornire lo stesso trattamento riservato a Meng, che sarà probabilmente costretta all’estradizione dal distretto di New York, a molti manager americani e canadesi che lavorano nella loro area.

Fornitrice di più di 70 mila clienti nel mondo, la Huawei, come già detto, smentisce qualunque sospetto di complottismo ai danni dell’occidente, sostenendo che l’America adotti questa serie di misure, considerate anti-costituzionali, per il semplice timore che il monopolio cinese sotterri il suo primato nel settore tecnologico; timore che sarebbe camuffato dal tentativo di sventare questa presunta collaborazione tra l’azienda e il governo pechinese.

Un atteggiamento, quello degli Stati Uniti, che molto rievoca la Guerra Fredda tra occidente e paesi sovietici, questa volta però in chiave digitale: tentare di boicottare una delle più prestigiose case produttrici del mondo, per impedire la trasmissione di informazioni alla Cina per mezzo di utenti che usino un dispositivo Huawei, provenienti da tutto il mondo. 

Nessuno si aspettava infatti, che un arresto simile smentisse quanto, in questi giorni, era stato invece stabilito, nell’accordo tra il Presidente Donald Trump e quello cinese Xi Jiping a proposito di una tregua sui dazi che l’America intende imporre all’importazione dei prodotti cinesi, facendo per il momento slittare a gennaio la nuova riforma (che prevede un aumento dei dazi dal 10 al 25%).

Ma quanto c’è di vero nelle accuse rivolte al colosso della telefonia mobile cinese? Quanto sono credibili le imputazioni secondo cui la Huawei avrebbe violato le sanzioni imposte all’Iran?

In attesa di risposte a questi quesiti, non resta che constatare che la “caccia alle streghe” intrapresa negli anni 50 nei confronti del pericolo comunista è appena ripartita e che, se una guerra con l’uso di bombe atomiche è stata resa impossibile dalla consapevolezza di una reciproca autodistruzione, quella del boicottaggio commerciale si sta rivelando il mezzo migliore per l’annichilimento economico di quei governi ostili alla supremazia statunitense. 

Così, tra l’espulsione degli immigrati messicani e il proibizionismo commerciale che probabilmente seguirà a questo arresto preventivo, l’America, finora principale fucina dei movimenti di globalizzazione e di espansione dei mercati, trasformerà l’imperialismo in impero e la concorrenza in autarchia. E, molto ipocritamente, il noto motto di George OrwellBig Brother is watching you” sarà sfruttato da Trump come avvertimento valido a mettere in guardia il governo e la popolazione dalle aziende dell’est, ma non da quelle statunitensi; da  Wikileaks, ma non da Facebook; dal comunismo cinese, ma non dall’autoritarismo di Washington

GIORGIA MARIA PAGLIARO

 

 

 

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