Il secondo addio di Francesco Totti

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Fu una vicenda un po’ triste la frattura sportiva tra Totti al suo ultimo anno di carriera e Luciano Spalletti.

L’intervista del capitano della Roma segnò inoltre l’inizio dell’abisso comunicativo del tecnico toscano.  Da lì a quel “Se non vinco me ne vado”, perpetuo slogan di una sua guerra personale che non serviva più nascondere ai giornalisti, il passo fu drammaticamente breve.

Eppure un giocatore si era lamentato in maniera netta sul suo mancato utilizzo. Era andato di sua iniziativa a rilasciare una pomposa intervista per recriminare il suo spazio, la mancanza di rispetto dell’allenatore nei suoi confronti.

Sono passati due anni da quell’intervista,e diverse settimane dall’addio di Francesco Totti da dirigente della As Roma. 

Eccezion fatta per qualche voce fuori dal coro, l’ex capitano della capitale ha incassato una solidarietà trasversale, tra ex-calciatori, commentatori sportivi e tifosi.

Una conferenza di addio esplosiva, che ha inevitabilmente polarizzato la narrazione sul più antico degli archetipi, il bene contro il male. La più grande bandiera calcistica della storia di Roma, umiliata e messa da parte da una società di affaristi senza cuore.


Francesco Totti ha lasciato la Roma. Definitivamente, perché stavolta lo ha fatto da dirigente e non da calciatore. Definitivamente anche perchè la frattura con la gestione Pallotta è stata totale.

Pallotta è mal consigliato e circondato di dirigenti incapaci, che vogliono il male della Roma. Dirigenti che gli hanno fatto capire chiaramente come lui sia un peso per il club, e che sorridono quando la squadra perde sul campo. Pallotta è assente, e ha sempre avuto l’intenzione di mettere bandiere e romanità da parte. Pallotta è distante, non sa nemmeno il dieci per cento di quello che accade a Trigoria. 

Questi alcuni dei concetti espressi dal re di Roma in favore di telecamera.

Totti ha lasciato la squadra a cui ha dedicato la sua esistenza calcistica, e come sempre ha fatto le cose in grande. Un’insolita conferenza stampa nel salone d’onore del Coni. Un’ora a cuore aperto con i giornalisti, in cui ci ha tenuto a spiegare i motivi del suo addio.

Fonte: lavocedinewyork.com

“ Non farò nomi nemmeno sotto tortura”

Quando si rappresenta una società, da calciatore o dirigente, difficilmente la comunicazione verso l’esterno può essere sincera. 

In primo luogo perché tutelare la società che si rappresenta è spessissimo un vero e proprio obbligo contrattuale che i club richiedono. In secondo luogo perché nel mondo odierno, la comunicazione riveste un ruolo fondamentale nel raggiungere gli obiettivi sportivi prefissati.  

Maurizio Sarri quando era sulla panchina del Napoli, ammise candidamente che per lui le conferenze stampa avevano come scopo principale quello di mandare messaggi in maniera indiretta ai giocatori.

La comunicazione di chi esce di scena da qualunque tipo di rappresentanza sportiva non ha invece il minimo obbligo di essere performativa. Totti non rappresentava più nessuno, le sue dimissioni lo hanno in quel momento reso un privato cittadino davanti ai microfoni. 

Ecco forse spiegati quegli 80 minuti tra giornalisti che conosce e che saluta calorosamente. Giornalisti pronti a dargli manforte, che lo ringraziano per la sua schiettezza e solidarizzano con lui ricordando come anche loro abbiano patito l’assenza della società.

Il messaggio con cui la Roma ha prontamente risposto alle dichiarazioni di Totti è stato molto criticato, anche sull’aspetto formale. È passata l’idea di un’ennesima risposta imbarazzante di una società che pensa solo al business.

La Roma però doveva difendersi.

Doveva difendersi perché Totti incalzato dalle domande dai giornalisti, ha glissato in maniera sempre più ambigua su chi gli chiedeva di un futuro passaggio di proprietà della squadra, fino alla straniante risposta su Malagò. 

Perché comunque la comunicazione, come tanti altri aspetti dell’esistenza, è sempre una questione di punti di vista.

Totti non si è sentito apprezzato, si è sentito progressivamente spogliato di fiducia e potere effettivo. È stato lui a scegliere Ranieri, e in conferenza ha spiegato che riuscì ad imporsi su questa scelta in quanto nessuno in società voleva prendersi una responsabilità così grande. 

Ma si poteva anche ribattere che quello era forse il primo passo per farlo entrare sempre di più nel vivo del management. Che Ranieri era una scelta di grande responsabilità, per farlo così diventare direttore tecnico nei tempi promessi. Che dieci riunioni in un anno, non sono necessariamente poche per chi deve assumere un ruolo operativo in maniera graduale.

Fonte: tio.ch


Totti a un certo punto ha ammesso che nonostante il suo ruolo, ha cercato di avvertire De Rossi. Non poteva essere troppo diretto, ma gli ha comunque consigliato di guardarsi intorno.

Ha spiegato che non avrebbe fatto nomi nemmeno sotto tortura, ma alla fine di questa sua conferenza fiume, chiunque ha ottenuto una nuova versione sull’acquisto di Kluivert, ricavato informazioni fondamentali  sulle figure di Fienga, Baldissoni, Pallotta ecc.. e appreso il numero(0!) degli acquisiti avallati da Di Francesco.

Non si tratta affatto di far pendere la bilancia a favore di una società che, tra l’addio di De Rossi, lo scandalo mailgate di Repubblica e questa conferenza, è stata messa brutalmente a nudo come poche volte capita nello sport.

Il punto è semmai un altro. 


La reazione della tifoseria romana ha fin da subito reso evidente come la narrazione di un Totti cacciato via dall’indifferenza societaria fosse giusta e incontrovertibile.

Potrebbe essere effettivamente andata così, e quando racconta ai giornalisti di come per mesi ha implorato la società affinchè informasse De Rossi sul suo futuro, è quasi impossibile non credere in pieno alla sua versione dei fatti.

A un certo punto però un giornalista gli ha chiesto quale fosse stato il suo ruolo nella vicenda Nainggolan. Ha spiegato di aver preso una posizione forte, perché nelle società che vincono queste uscite non sono permesse.

Se l’anno scorso un giocatore fosse andato a lamentarsi pubblicamente di Di Francesco a causa del suo scarso utilizzo , cosa avrebbe detto il Totti dirigente a riguardo?

Due anni fa’ per la tifoseria romana Spalletti era l’unico colpevole di un addio consumato nel peggiore dei modi.

Adesso questo destino tocca a Pallotta, anche se le motivazioni sembrano stavolta molto più solide.

Ma il dubbio che questo addio si sia consumato in modo leggermente meno coerente e lineare di come ci è stato presentato per 80 minuti in questa (storica) conferenza , è comunque legittimo.

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