“Il tempo impresso” della realtà | Metropolitan Magazine Italia

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Andrej Arsen’evic Tarkovskij, “Scolpire il tempo” (il titolo autentico è “Tempo impresso”)

Abissali e ritmati scorrono come acqua mondata e immonda i fili intrecciati sul fuso del tempo che passa e della nostalgia (della patria, di una civiltà integra, dell’infanzia, del padre e della madre, di se stessi, del tempo perduto, di una pienezza di vita) nell’opera di Andrej Arsen’evič Tarkovskij. Precisa lo stesso regista:

Un’intimità salvifica – in quanto consapevole, vigile – ci mette di fronte allo specchio mostruoso e, al contempo, infante e santo del nostro essere uomini: uomini fra gli uomini; uomini dinnanzi alla responsabilità del libero arbitrio, dunque spaventati, inadeguati, fragili; uomini memori e tragicamente coscienti dell’Inesorabile, tracciato dal destino.

Che il “poeta” di Zavraž’e (afferma Tarkovskij in “Scolpire il tempo”: ) avesse diretto “Boris Godunov” di Musorgskij per il Covent Garden di Londra (1984) e desiderasse fare un film su “Amleto” – di cui aveva già curato una regia teatrale a Mosca nel 1976 – è significativo per la riflessione del rapporto del regista con il reale e rende ancora più chiaro il suo concetto di . Così la presenza, nella sua opera, di streghe, fools (Otto in “Sacrificio”, il buffone di Rublëv) e di , ne integra la visione, ammansendo il tempo cronologico, spietato, e liberando il tempo dello spirito.

È proprio lungo le pieghe di questo fragile paravento, che si sveste del clamore della storia e del progresso e si raccoglie nello spirito, che si manifesta il realismo di Tarkovskij: l’inatteso, l’assurdo, cioè la . È proprio in questa discrepanza che si realizzano, con un portato di verità originaria – sottratta al kronos, salvifica e, al contempo, baluginante sull’orlo di un precipizio che pare alludere ad una caduta o ricaduta in esso -, la connessione poetica fra le immagini colte nel loro linguaggio nudo, vicino il più possibile ad un haiku giapponese, nonché l’epifania dell’ di Dostoevskij, ovvero lo svelamento di ciò che accomuna, affratella gli uomini e li rende migliori.

E anche il prodigioso-femmineo, come, ad esempio, l’ipnosi di Yuri ne “Lo specchio”: il ragazzo, grazie al contatto con la terapeuta, non balbetta più. Oppure, in “Sacrificio”, è magico l’intervento del postino Otto (Allan Edwall), necessario per la guarigione-rinascita spirituale di Aleksandr (il bergmaniano Erland Josephson), (“Scolpire il tempo”), che avviene grazie al rapporto carnale con la domestica Maria (Gudrun S. Gìsladóttir), la donna-strega; il rito gli era stato suggerito dallo stesso Otto.

La considerazione della relazione del singolo con la collettività, la convivenza con la propria solitudine e con la memoria, l’intuizione del proprio segreto desiderio sono come tracce sul luogo del delitto, ma un delitto che non c’è mai stato, un senso di colpa che diviene necessità di liberazione. O, meglio, il luogo incriminato, la Zona interdetta di “Stalker” è la vita stessa, conosciuta o sconosciuta. Afferma Tarkovskij:

In lingua russa, il pazzo sacro, è lo juròdivyj, l’idiota in Cristo, l’innocente, figura ricorrente nei romanzi di Dostoevskij (una fra tutte, il personaggio del principe Myskin) – Tarkovskij aveva anche progettato un film dall’“Idiota”. sono Domenico (Erland Josephson), alter ego dello scrittore Gorchakov (Oleg Yankovskij), in “Nostalghia” e Stalker (Aleksandr kajdanovskij) in “Stalker”: . Prima di darsi fuoco in Piazza del Campidoglio, Domenico si interroga e ci chiede: “Dove sono, quando non sono nella realtà e neanche nella mia immaginazione? (…) Che razza di mondo è questo se è un pazzo che vi dice che dovete vergognarvi.”

Alla Biennale Cinema di Venezia 2019 sarà proiettato il 30 Agosto “A cinema prayer”, un documentario di Andrej Andreevich Tarkovskij, che porta lo stesso nome del padre, che ricostruisce il tracciato indissolubile di vita e opera del grande regista russo.

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