Intervista | Black Coffee: la sfida delle case editrici indipendenti

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Al Salone del Libro di Torino le piccole case editrici indipendenti ci hanno stregato. Sono i loro gli stand più accattivanti e originali, quelli che ci fanno venire più voglia di avvicinarci e chiacchierare.

Queste giovani case, con le loro proposte innovative, cercano di colmare i vuoti lasciati dalle grandi concentrazioni editoriali. Per questo abbiamo deciso di intervistare uno di questi piccoli editori.

Black Coffee è una delle scommesse più interessanti di questo panorama. Nata solo due anni fa, propone letteratura nordamericana ultra-contemporanea: gli autori scelti sono tutti esordienti e giovani voci, per raccontare, in Italia, l’America di oggi. 

Leonardo Taiuti e Sara Reggiani hanno fondato Black Coffee nel marzo 2017. Abbiamo intervistato Leonardo, che ci ha raccontato l’idea alla base del loro progetto editoriale, la difficoltà di imporsi in un panorama sempre più complesso, ma anche la soddisfazione di portare in Italia autori giovani e originali. 

Partiamo dal nome, perché Black Coffee?

Il nome nasce proprio dall’idea dell’America e del caffè americano. Loro bevono quella sbobbaccia, quell’acqua sporca senza zucchero che chiamano black coffee. E come il caffè americano, amaro, senza zucchero, i nostri libri ti tengono sveglio, ti danno dei begli schiaffoni mentre leggi. È questo l’effetto che vogliamo dare ai nostri lettori.

La vostra casa editrice è giovanissima, da dove è nata l’idea di fondarla?

Io e Sara siamo i due fondatori, siamo traduttori dall’inglese e abbiamo sempre lavorato su autori americani. Abbiamo sviluppato una particolare predisposizione per questo tipo di letteratura e, facendo scouting e traducendo per altre case editrici, ci siamo resi conto che c’è tutta una nicchia di autori americani che non viene esplorata.

Per questo abbiamo deciso di dare spazio ad autori esordienti americani, e anche di recuperare autori del passato, che sono contemporanei, ma che non sono mai arrivati in Italia per motivi quasi sempre inspiegabili.

L’idea è questa: esordienti, alla loro prima opera, che hanno necessità di farsi conoscere, anche nel loro paese. Autori e autrici contemporanei che parlino della loro quotidianità, della situazione attuale in America. Cerchiamo di dare un’immagine degli Stati Uniti attuale e proiettata verso il futuro.

Ho visto tante voci femminili nel vostro catalogo. Voci particolari come quella di Amy Fusselman, autrice de “Il medico della nave / 8”, una delle prime pubblicazioni edite Black Coffee. Quello di concentrarsi sulle donne è un caso o una precisa volontà?

Il fatto delle donne non è un caso ma anche si, perché quando abbiamo aperto, in quel periodo, le donne avevano più cose da dire. I nostri primi cinque libri sono cinque libri di donne. L’anno successivo abbiamo pubblicato Ben Marcus come primo uomo, poi c’è stato il memoire di Garrard Conley (Boy Erased) che non è un testo di narrativa, ma un’esperienza di vita vissuta.

In generale non dico che ci concentriamo sulle voci femminili, perché non avrebbe senso dire una cosa del genere, ma troviamo più stimolanti le opere scritte dalle donne. Evidentemente è un periodo. 

Siete appena diventati l’editore italiano della rivista letteraria curata John Freeman: “Freeman’s”, una raccolta di voci contemporanee provenienti da ogni angolo del pianeta, che in America è giunta alla sua quarta edizione.

Abbiamo deciso di diventare l’editore italiano di Freeman’s perché il primo numero, che è stato una sorta di esperimento, ha avuto molto successo. Quindi a marzo di ogni anno uscirà la rivista, sarà la nostra unica incursione in altri paesi del mondo che non siano il nord America, perché contiene contributi da tutto il mondo. 

Il curatore è John Freeman, di cui non vi libererete perché curerà una collana per noi! È una notizia nuovissima, sei la prima a saperlo. Dovrebbe uscire a novembre di quest’anno se va tutto bene, è una collana sui nuovi poeti americani. L’unica anticipazione che posso fare è che ci saranno delle poesie della poetessa laureata Tracy K. Smith.

I libri Black Coffee (photo credits: Valeria Sittinieri)

La vostra grafica è coloratissima e originale, rende i libri riconoscibili e molto uniformi, era questo l’obiettivo?

La grafica è fatta per dare una veste al progetto. Tutte le pubblicazioni sono legate tra loro tramite il filo conduttore del contenuto, ma anche le copertine devono contribuire a renderle riconoscibili come un libro Black Coffee.

È un progetto grafico che unisce un elemento grafico a un elemento illustrato, per dare un tocco di vintage, ma sempre innovativo, verso il futuro. Nello scaffale di una libreria si riconoscono subito.  

Abbiamo pensato che gli americani li fanno tutti, quindi dovevamo crearci una nicchia, per questo abbiamo scelto gli esordienti, con copertine sgargianti, vediamo se così si accorgono di noi!

Black Coffee è una casa editrice fiorentina. Qual è la situazione editoriale a Firenze?

Firenze a livello editoriale ha Giunti, la grande madre delle case fiorentine, poi ci sono tante realtà più o meno piccole che cercano di emergere: noi, Effequ, Giuntina. C’è una scena piuttosto viva a livello di riviste indipendenti e ci sono anche tanti scrittori: la cosiddetta scenicchia fiorentina. 

Cerchiamo di rendere viva la città tramite festival, collaboriamo alla realizzazione della quarta edizione di “Firenze rivista”, una fiera delle riviste e della piccola e media editoria. Cerchiamo di ampliare l’attenzione del pubblico verso la letteratura in città. 

La risposta però non è ancora molto positiva, c’è ancora tanto da lavorare, l’anno scorso, ad esempio, è venuto Saunders a Firenze, e c’erano solo otto persone all’evento. 

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About Author

Del 1994, cresciuta a Ragusa in Sicilia. Sono laureata in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Pisa. Ora vivo a Roma e Studio Editoria e Scrittura alla Sapienza.

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