Italia, Paese del fallimento?

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Politica, economia, istruzione. L’Italia continua a perdere punti e credibilità su tutti i fronti, mentre i suoi rappresentanti politici continuano ad affinare il gioco delle “tre carte”.

Non un solo movimento, passo falso o arabesque che sia, passa ormai ignorato (e tantomeno impunito) sotto lo sguardo smunto e frustrato del popolo del web.

Se in passato la satira ci ha insegnato a ridere (o, quantomeno, a non restare in silenzio) di fronte all’opportunismo e a tutte le truffe annesse escogitate sottobanco dai nostri capi di governo, bisogna riconoscere che, allo stato attuale, la rete ha dato veramente “diritto di parola anche agli imbecilli” (citando Umberto Eco).

Meme Luigi Di Maio e Matteo Salvini (fonte asteriscoduepuntozero.it)

Commenti inopportuni, sfoghi al vetriolo utili come una matita spuntata, meme a profusione e, soprattutto, battute così esilaranti e taglienti da fare invidia ai maestri della stand up comedy.

Un insieme di destrezze, insomma, che mentre provano a spingere come spot pubblicitari sull’aspetto comico della situazione attuale in cui riversa l’Italia, di riflesso ne sottolineano anche la tragicità totale che continua a lasciare il segno sulla pelle dei suoi cittadini.

Soprattutto, nei tre punti chiave che, di norma, dovrebbero caratterizzare il profilo di un paese che voglia definirsi “progredito”: politica, economia, istruzione.

POLITICA

Solo in quest’ultima settimana, il governo Di Maio – Salvini ha dato prova di una enorme incapacità di gestione, mentre tra una spinta e l’altra (dando persino ragione di pensare ad una imminente crisi) sono continuati i dibattiti farciti di emergenza migranti, critiche all’Europa e fatti del momento attraverso i quali muovere le pedine della propaganda.

Non ultimi, il caso di Bibbiano e quello del carabiniere ucciso a Roma nelle ultime ore, con tanto di illazioni premature e prevenute da parte di esponenti di destra (come Giorgia Meloni) e testate giornalistiche (es. ilMessaggero).

Eppure, basterebbe fare rapidamente mente locale per rendersi conto che in tutto questo “divertente” gioco del gatto e la volpe, gli interessi degli italiani continuano ad essere la voce segnata in fondo alla lista.

Basti pensare all’ultima manovra escogitata, e pubblicizzata questa settimana, da Luigi Di Maio, che ha fatto per lo più storcere il naso ai sostenitori del Movimento 5 Stelle (e non solo) .

Stiamo parlando, ovviamente, della famosa proposta del cosiddetto “mandato zero”, di cui si ignorano tuttora i presunti benefici se non per chi, attualmente, ricopre cariche istituzionali di consigliere comunale e di municipio (con il marchio M5s, ovviamente).

(fonte Twitter)

Fatto del tutto irrilevante, a dire il vero, dato che la nuova esperienza di voto avvenuta sulla piattaforma Rousseau ha decretato la “debacle” definitiva della figura del Ministro dello Sviluppo, del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Infatti, non solo ha prevalso il “no” rispetto alla mozione, ma è stato riscontrato in valori percentuali anche un pesante calo di partecipazione da parte dei sostenitori del movimento.

Segno evidente, questo, della sfiducia cresciuta nell’ultimo anno, legata prevalentemente a tutte le mancate promesse e ai valori smarriti dall’onorevole Di Maio durante questo primo mandato. Dal sì alla TAV, alla guerra alle ONG, al reddito di cittadinanza, fino al salvataggio (per ragioni di crisi politica?) di Salvini dal processo per il caso Diciotti, la lista dei “successi elettorali” sembra dare ragione non solo alle critiche mosse dall’opposizione, ma anche a quelle degli stessi simpatizzanti del movimento fondato da Grillo e Casaleggio.

ECONOMIA

Pur essendo la materia meno masticata di tutte ai tavoli da bar, basta affidarsi a poche semplici informazioni per provare a sviluppare un quadro generale della situazione economica italiana in modo da correlarci, in un secondo momento, un’adeguata ricerca.

Per quanto i partiti possano manipolare numeri e percentuali pur di ottenere il benestare dell’opinione pubblica, il parere degli esperti in materia è sempre da preferirsi, soprattutto quando gli spropositi dei primi cozzano tremendamente con le analisi dei secondi.

Se il governo, infatti, saluta di buon grado e festeggia i dati Istat relativi al tasso di occupazione (+67mila occupati tra aprile e maggio) in virtù delle proprie manovre politiche, dall’altra l’Ufficio Studi di Confcommercio e l’Unione Nazionale Consumatori frenano gli entusiasmi.

Non sembra, infatti, esserci alcuna correlazione tra aumento dell’occupazione e scelte politiche, il che restituirebbe a una paura e semplice casualità (dettata magari dalle necessità primarie del cittadino medio) questi presunti dati positivi.

“Presunti”, ovviamente, perché devono pur sempre fare i conti con il forte tasso di disoccupazione giovanile (sopra il 30%, soglia non degna per un Paese che si dica civile) e i numeri drammatici di crescita economica che non allontanano lo spettro di una crisi simile a quella che colpì pesantemente la Grecia nel 2015.

(fonte il Sole 24 Ore)

Secondo l’ultimo rapporto stilato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, il capitolo dedicato al nostro Belpaese rispetto al resto dell’Eurozona evidenzia, di fatto, un outlook negativo.

“Purtroppo dal 2010 l’economia italiana – a detta degli specialisti del S&P – è cresciuta solo dello 0,6% in termini reali contro il 10,6% per l’intera area Euro”. La crescita debole e l’incapacità dei policymaker di affrontarla spiegano le prospettive negative per il rating sovrano italiano”.

E se da una parte le cause interne di una simile situazione vanno riscontrate in un forte rallentamento dei prestiti bancari negli ultimi 10 anni e una maggiore propensione al risparmio piuttosto che all’investimento da parte dei privati, dall’altra si devono considerare anche le ragioni della mancata solidarietà da parte del resto dell’Europa sui conti pubblici.

Se negli ultimi 40 anni la logica della libera circolazione di capitali ha stravolto l’intero panorama finanziario mondiale, è facile intuire come questi si dirigano naturalmente laddove vi sia un briciolo di garanzia di impiego efficiente e remunerativo.

(fonte investireoggi.it)

Un presupposto necessario dettato dalle regole fiscali dell’UE (rinforzato in qualche modo dalla rigidità dell’asse franco-tedesco) che, scontrandosi  con un atteggiamento critico, una forte propensione nazionalistica e una politica considerevolmente spendacciona, impediscono all’Italia di vestirsi di una certa credibilità economico-finanziaria.  

Per crescere, in buona sostanza, si abbisogna della “conditio sine qua non” garantita dalla circolazione di capitali, per la quale è doverosamente richiesta l’accettazione delle condizioni stabilite dall’Eurozona. O decidi di far parte del gioco per beneficiare dei relativi vantaggi (mostrandoti responsabile nella gestione dei conti pubblici, della politica monetaria e nell’accettazione delle regole del mercato), oppure sei fuori dal giro.

Quindi festeggiare per i presunti risultati (reali o ipotetici) di manovre interne come il reddito di cittadinanza, Quota 100 o la più recente discussa Flat tax (i cui effetti secondo il “Def – documento di economia e finalza” peseranno in negativo sulle spalle dei giovani nel prossimo futuro) restituisce parimenti lo stesso grado di soddisfazione che si ha nel togliersi la sete col prosciutto. Alla faccia dell’austerity.

ISTRUZIONE

Penultima per numero di laureati e, in generale, per la bassa qualità di preparazione educativa. L’Italia della cultura e dell’istruzione continua ad avere dalla sua una conclamata pessima reputazione, con conseguenze ravvisabili persino nell’ambiente politico stesso.

(fonte Fanpage)

Difficile, infatti, non rendersi conto dei danni tangibili causati da anni e anni di berlusconismo, il quale ha di fatto favorito il proliferarsi di quello che oggi può essere senza dubbio considerato un preoccupante livello di ignoranza (con tutte le conseguenze del caso: xenofobia, omofobia, maschilismo, precarietà lavorativa, meritocrazia assente).

Conseguenze, queste, ravvisabili in atteggiamenti ormai sempre più ricorrenti, come l’utilizzo di argomentazioni di stampo unicamente propagandistico, l’atteggiamento tipicamente fanatico di chi punta il dito continuamente verso gli altri (ora l’opposizione, ora i meridionali, ora gli immigrati, ora l’Europa), l’uso smodato (spesso con criteri quasi fascisti) della comunicazione 2.0.

A fronte di ciò, viene quasi automatico considerare che nel nostro Paese la necessità di aprire un libro, anche solo per cultura personale, si è drasticamente ridimensionata (in peggio). Con effetti drammatici sulle attuali (e, ahinoi!, prossime) generazioni di studenti che si sentiranno sempre meno in dovere di “perdere tempo” dietro i banchi di scuola e sopra i libri.

Non tragga in inganno il trend positivo evidenziato dagli ultimi dati Istat in relazione al livello di istruzione formale del Paese.

Se, infatti, la quota di popolazione tra i 25 e i 64 anni che possiede almeno un titolo di studio secondario superiore era fino allo scorso anno pari al 61,7% (registrando un aumento di +0,8 punti percentuali rispetto al 2017), non bastano questi dati a svincolare l’Italia dal ruolo di fanalino di coda dell’UE.

Si pensi, ulteriormente, allo stesso obbiettivo Europa 2020, quello di portare la quota di 30-34enni laureati ad almeno il 40%: mentre Francia, Spagna e Regno Unito hanno già superato il target, l’Italia si mantiene al 27,8%.

Tasso di impiego Italia-Europa, uomini e donne (fonte il Sole 24 Ore)
Tasso “early school leavers” in Italia

Questo, naturalmente, si lega a doppio filo con la composizione stessa di giovani laureati che risente ancora pesantemente sia delle differenze territoriali (con picchi più bassi nel Mezzogiorno), sia delle differenze di origine, con livelli inferiori per cittadini stranieri (poco più del 10%), sia del differenziale di genere che vede un vantaggio per le donne (diplomate sono il 63,8% contro il 59,7% degli uomini), pur facendo i conti con livelli molto bassi per quel che concerne il tasso di impiego (soprattutto nelle materie economico-giuridiche) delle cosiddette quote rosa

Infine, l’Italia detiene il 14,5% di “early school leavers“, ovvero di 18-24enni (con al massimo un’educazione secondaria inferiore) che non sono impegnati in alcun programma di educazione o di formazione, a fronte di una media europea ferma al 10,6%. Seguono solamente Spagna (17,9%), Malta (17,5%) e Romania (16,4%).

Siamo, sostanzialmente, un Paese fondato oggi sull’ignoranza, e che sembra paradossalmente farsene un vanto, piuttosto che riconoscerne l’imbarazzo.

Jacopo Ventura

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