Non dimenticarmi: la recensione

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Quando l’amore non conosce i confini della ragione

“Non dimenticarmi”, film definito commedia nera, ha spopolato al Torino Film Festival dell’anno scorso. Realizzato sotto la regia di Ram Nehari, regista israeliano, questo film non lascia adito a nessuna interpretazione.

Si tratta del primo lungometraggio del giovane autore che di solito si era cimentato solo con cortometraggi e nei quali faceva lavorare solo persone con problemi mentali. Lui stesso è affascinato dal tema del disagio mentale e Non dimenticarmi contiene, come dice lo stesso Nehari “ tutte le mie ossessioni, ciò che mi dà fastidio, ciò che mi fa ridere. Far ridere le persone è la mia battaglia per il rispetto di sé, perché cercare di commuovere il pubblico è un po’ come invocare la loro pietà”. Nehari ha fatto lavorare in questa sua opera ragazzi che non sono attori professionisti, ma che hanno vissuto direttamente o molto da vicino il disagio mentale.

Ambientato in Israele, il film si presenta a tratti come una sorta di documentario che descrive in modo lucido e implacabile la realtà di Tom (Moon Shavit), una ragazza con un disturbo del comportamento alimentare e di un pezzo della sua vita che trascorre in una clinica per guarire dalla sua anoressia. La struttura sanitaria viene rappresentata, come dice lo stesso regista, non per come essa è nella realtà, ma per come essa viene vissuta dalle ragazze stesse. Bugie, cinismo e una fredda emotività colorano la vita di Tom, che incontriamo nel film nel giorno in cui le arrivano le mestruazioni, un segno clinico che testimonia ciò da cui le rifugge con terrore: prendere peso. In questo momento di estrema confusione emotiva, la ragazza conosce Neil (Nitai Gvitz), un giovane uomo affetto da psicosi paranoidea che va in giro con la sua tuba, con il grande sogno di fare un tour con la band di un ragazzo di cui pensa di essere grande amico. Ma tutto è nella sua testa, così, senza filtri. Ed è così che lui vive la sua vita, confondendo emozioni con decisioni e conoscere Tom rappresenta senza dubbio per lui l’occasione di provare sensazioni forti, a tratti anche ingestibili. Tom aiutata da Neil fugge dalla clinica e torna a casa portando con sé anche Neil con il quale dovrebbe andare a Berlino, per la fantomatica tourné. Ma l’incontro con i suoi genitori non finisce bene. Tom si sente tradita dalla finta ansia del padre, un uomo rigido e tradizionalista e i rancori della madre chiusa nei ricordi del suo passato e nelle sue ossessioni di contagio.

Ma il film parla soprattutto d’amore o meglio dell’illusione di amare. Mentre sono seduti ad un tavolo di un locale Neil dichiara alla ragazza: “Io ti amo” e lei risponde guardandolo con uno sguardo sarcastico: “Lo sai che non è reale… io oggi sono stata tante cose”. Ma Neil ribatte: “Le cose che dici… le amo… perché amo te”.

In compagnia della sua psicosi, Neil si ritrova a vivere in quel  pezzo di vita che come una tela Tom apre con uno squarcio violento e per una breve stagione i due ragazzi si incontrano e si amano. Sembra ci sia sempre una terra di mezzo, un bordo sul confine dove cose che sembrano impossibili possono accadere e lì rimanere per sempre.

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